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MINORANZE NEL MONDO · 02 · MYANMAR / BANGLADESH

Rohingya: quando uno Stato nega il nome, la cittadinanza e il ritorno

I rapporti delle Nazioni Unite diventano una lente sul rapporto fra identità, apolidia, conflitto, partecipazione e responsabilità internazionale.

Veduta panoramica del campo per rifugiati di Kutupalong, in Bangladesh, con insediamenti sulle colline
Campo per rifugiati di Kutupalong, Bangladesh, 24 marzo 2017. Foto: John Owens / Voice of America, Wikimedia Commons. Opera di pubblico dominio; nessuna modifica oltre al ridimensionamento automatico.

Un rapporto, non soltanto il racconto di un’emergenza

Il 29 agosto 2025 l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha presentato un rapporto sulla situazione dei Rohingya e delle altre minoranze in Myanmar. Il documento non racconta soltanto una crisi umanitaria. Descrive ciò che accade quando una popolazione viene progressivamente separata dal riconoscimento giuridico, dalla libertà di movimento, dalla terra, dai servizi e dalla possibilità di partecipare alle decisioni che la riguardano.

L’interrogativo che attraversa questo secondo capitolo di Minoranze nel mondo è più ampio del caso birmano: che cosa resta di un diritto quando la persona che dovrebbe esercitarlo non viene riconosciuta come cittadina, non può chiamarsi con il nome che rivendica e non dispone di condizioni sicure per tornare nel proprio territorio?

LA FONTE ISTITUZIONALE

Situazione dei diritti umani dei Rohingya e delle altre minoranze in Myanmar

Consulta il documento ufficiale

Rohingya: il diritto di nominarsi

“Rohingya” non è soltanto il nome di una popolazione. È anche il luogo di un conflitto politico e istituzionale. L’identità rivendicata dalle persone viene spesso contestata o sostituita da denominazioni imposte dall’esterno. Negare un nome non cancella una popolazione, ma può indebolirne la capacità di essere riconosciuta come soggetto di diritti, di organizzarsi, produrre memoria e chiedere protezione.

L’Osservatorio assume quindi un principio preciso: l’appartenenza non può essere dedotta da tratti somatici, religione, lingua, luogo di nascita o residenza. L’autoidentificazione volontaria deve essere considerata insieme agli elementi storici, territoriali e sociali, senza trasformare l’identità in una schedatura.

L’apolidia come sistema di esclusione

La condizione dei Rohingya viene spesso descritta attraverso la parola “apolidia”. Il termine indica l’assenza di riconoscimento come cittadino da parte di uno Stato secondo la sua legislazione. I suoi effetti, tuttavia, non sono soltanto formali: possono incidere sulla libertà di movimento, sull’accesso all’istruzione e alla sanità, sulla possibilità di lavorare, registrare una nascita, possedere beni, votare o rivolgersi alle istituzioni in condizioni di uguaglianza.

Le risoluzioni delle Nazioni Unite richiamano ripetutamente gli effetti della legge sulla cittadinanza del Myanmar del 1982. Una persona può trovarsi fisicamente nel proprio Paese e, nello stesso tempo, essere collocata ai margini dell’ordinamento. L’esclusione amministrativa prepara e consolida altre esclusioni: territoriali, economiche, politiche e narrative.

Una minoranza non è protetta quando le viene soltanto consentito di sopravvivere. È protetta quando può essere riconosciuta, partecipare e costruire il proprio futuro senza rinunciare al nome, alla sicurezza o alla dignità.

Dal 2017 al conflitto attuale

Nel 2017 oltre 750.000 Rohingya fuggirono dal Myanmar verso il Bangladesh in seguito alle operazioni militari nello Stato di Rakhine. Quell’esodo non costituisce la conclusione della crisi. Dopo il colpo di Stato militare del 2021, il conflitto si è esteso e frammentato. Nello Stato di Rakhine i Rohingya sono rimasti esposti alle azioni dell’esercito del Myanmar, dell’Arakan Army e di gruppi armati Rohingya.

Il quadro OHCHR relativo al 2025 riferisce gravi abusi, tra cui uccisioni, sparizioni, torture, detenzioni arbitrarie, distruzione di proprietà e reclutamento forzato. Le limitazioni delle comunicazioni e dell’accesso umanitario rendono difficile verificare ogni episodio e impongono prudenza nell’attribuzione delle responsabilità. La protezione della popolazione civile, però, non dipende dall’identità dell’autore: tutte le parti devono essere valutate secondo le condotte documentate e gli standard applicabili.

Bangladesh: protezione senza soluzione definitiva

Il Bangladesh ospita la maggiore popolazione rifugiata Rohingya. Alla fine del 2025, secondo UNHCR, nel Paese si trovavano quasi 1,2 milioni di rifugiati Rohingya provenienti dal Myanmar. L’aumento registrato comprende persone arrivate nel 2024 e nel 2025, nuove registrazioni e bambini nati da famiglie già presenti.

Il piano congiunto 2025–2026 del Governo del Bangladesh, delle Nazioni Unite e delle organizzazioni partner si rivolge sia ai rifugiati sia alle comunità ospitanti. La protezione temporanea, tuttavia, non sostituisce una soluzione politica. Il ritorno può essere una soluzione soltanto quando è volontario, sicuro, dignitoso e sostenibile. Non basta trasferire fisicamente una persona oltre il confine: servono cittadinanza, sicurezza, libertà di movimento, servizi essenziali e garanzie contro nuove persecuzioni.

Quattro livelli di analisi

1. Riconoscimento

Come viene definita la popolazione Rohingya? Lo Stato ne riconosce nome e identità? Quali effetti produce la legislazione sulla cittadinanza?

2. Protezione

Le autorità e gli altri soggetti armati prevengono gli abusi e proteggono la popolazione civile?

3. Partecipazione

I Rohingya contribuiscono alle decisioni sul ritorno, sui campi, sull’assistenza e sui processi di giustizia?

4. Narrazione

Le persone Rohingya parlano in prima persona o appaiono soltanto come numeri, vittime o destinatarie di aiuti?

La terra come prova materiale dell’esclusione

La possibilità di tornare dipende anche da ciò che è accaduto ai luoghi dai quali le persone sono state espulse. Il Meccanismo investigativo indipendente per il Myanmar ha approfondito la distruzione e l’appropriazione di case, terreni, moschee e altre proprietà Rohingya durante le operazioni del 2017, utilizzando testimonianze, immagini geospaziali, video e documentazione ufficiale.

La distruzione di una casa non comporta soltanto la perdita di un edificio. Può cancellare prove di residenza, legami economici, archivi familiari, luoghi religiosi e possibilità di ritorno. Per questo il diritto al ritorno non può essere separato dalla restituzione, dalla documentazione delle proprietà e dalle garanzie contro nuove confische.

Giustizia: documentare senza promettere risultati

Sulla situazione dei Rohingya operano percorsi internazionali differenti. Il Meccanismo investigativo indipendente raccoglie e analizza prove; la Corte internazionale di giustizia esamina la controversia promossa dal Gambia contro il Myanmar ai sensi della Convenzione sul genocidio; la Corte penale internazionale è competente su alcuni presunti crimini collegati alla deportazione verso il Bangladesh; procedimenti fondati sulla giurisdizione universale sono stati avviati anche in ordinamenti nazionali.

Questi percorsi hanno competenze, standard probatori e funzioni differenti. Non devono essere confusi né presentati come se avessero già prodotto una qualificazione definitiva di ogni fatto o responsabilità individuale. Documentare significa proteggere prove e memoria, non anticipare le sentenze.

Donne, giovani e discriminazioni multiple

Discriminazione, apolidia, povertà, dipendenza dagli aiuti, restrizioni alla mobilità e violenza di genere possono rafforzarsi reciprocamente. Anche la partecipazione può essere diseguale: consultare genericamente “la comunità” non garantisce che vengano ascoltate donne, giovani, persone anziane, persone con disabilità o chi non appartiene alle organizzazioni più visibili.

Un approccio basato sui diritti deve quindi chiedere non soltanto se i Rohingya vengono consultati, ma chi concretamente riesce a partecipare e chi rimane escluso anche all’interno della minoranza.

La diaspora come spazio di cittadinanza transnazionale

La diaspora Rohingya svolge attività di documentazione, memoria, ricerca, advocacy e sostegno alle famiglie. La distanza non elimina il legame con il territorio d’origine e non rende irrilevante la testimonianza. Al tempo stesso, la diaspora non è un soggetto unitario: posizioni politiche, esperienze migratorie e rapporti con le comunità rimaste in Myanmar o nei campi possono essere diversi.

La residenza all’estero non può quindi essere, da sola, una ragione per escludere una persona dall’ascolto. Occorre invece dichiarare il tipo di contributo, il legame con il tema, l’eventuale mandato e i limiti di rappresentatività.

Essere riconosciuti per poter tornare

La crisi dei Rohingya dimostra che il ritorno non è soltanto una questione logistica e che la cittadinanza non è soltanto un documento. Tornare significa poter vivere senza persecuzione, muoversi, lavorare, studiare, praticare la propria religione, partecipare alle decisioni e ricostruire un rapporto con la terra. Significa anche poter utilizzare il proprio nome senza che esso diventi motivo di esclusione.

Una minoranza non deve diventare visibile soltanto quando fugge, attraversa il mare o compare davanti a un tribunale. La qualità di un ordinamento si misura anche dalla capacità di riconoscerla prima che la protezione diventi un’emergenza.

Fonti essenziali

Nota terminologica. “Rohingya” rispetta l’autoidentificazione adottata dalle persone interessate. “Apolidia” descrive una condizione giuridica e non definisce l’identità della persona.

Continua il percorso

Quadro giuridico · Autoidentificazione e partecipazione · Protezione delle testimonianze · Standard dei dossier

Citazione suggerita: R. Ongania, “Rohingya: quando uno Stato nega il nome, la cittadinanza e il ritorno”, Minoranze.org, serie Minoranze nel mondo, n. 2, versione 1.0, 2026.

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